L’educazione senza violenza, che da luglio fa parte del Codice civile svizzero, incoraggia genitori ed adulti educanti a portare una modalità educativa che sappia rispettare profondamente i bambini in quanto esseri umani, pur con uno sviluppo cerebrale, fisico ed emotivo ancora in divenire. Vuole far sì che essi siano visti e considerati sin da subito per la loro personalità, con i loro bisogni e le loro emozioni, senza essere puniti con sberle, ceffoni, punizioni o minacce. Parte fondamentale di questo processo sta nel modo in cui si parla con loro: non contano solamente i gesti, quindi l’assenza di violenza fisica o di ricatto, bensì anche le parole che vengono usate, il tono, le intenzioni. La maniera di comunicare, con sé stessi, con gli adulti e di conseguenza coi bambini, è parte centrale della nuova genitorialità che vuole crescere con rispetto i figli.
Ma che cosa vuol dire davvero comunicare in maniera nuova, che metta al centro l’ascolto di quello che provano tutti? La Comunicazione Nonviolenta o comunicazione empatica è una modalità comunicativa, attenta alle emozioni, ai bisogni e alla sensibilità di tutti, che rappresenta uno strumento fondamentale per un’educazione senza violenza. È definibile come “un modo di comunicare, con gli altri e con sé stessi, in cui ci si esprime e ci si ascolta senza giudizi, con un senso di accoglienza”, spiega Olivia Della Croce, formatrice certificata in Comunicazione Nonviolenta, attiva anche presso Empa-Ti.
Comunicazione Nonviolenta e comunicazione empatica sono sinonimi. Questa filosofia è stata sviluppata dallo psicologo statunitense Marshall Bertram Rosenberg a partire dagli anni ’60. “La denominazione ufficiale segue una linea con la Nonviolenza intesa da personaggi come Gandhi e Martin Luther King: non lo soddisfaceva però del tutto, perché raccontava cosa non è. Ha così accostato il termine empatica, che denota che cosa ne è al centro”.
Questa tipologia di dialogo sostituisce, un po’ come succede in generale con l’educazione senza violenza, le valutazioni e i giudizi con l’ascolto empatico l’osservazione di quel che succede. Un esempio pratico? Non “sei un maleducato” ma “Non mi piace quando lanci le cartacce per terra, per me è importante prenderci cura del nostro ambiente”, aggiungendo in seguito: “Vorrei che tu raccogliessi le cartacce”. “Quando ci si parla valutando o giudicando, spesso l’altra persona reagisce con un attacco oppure con strategie difensive. Un dialogo invece che utilizza altre modalità indirizza la conversazione in direzioni differenti e più soddisfacenti per entrambi”. Fondamentale è il cosiddetto fenomeno di traduzione, che parte dall’ascolto delle emozioni, un altro punto basilare della nuova genitorialità, una sfida per gli adulti prima ancora che per i bambini. “Quando si sta per dire qualcosa, magari un’etichetta all’altro, ci si può chiedere qual è il bisogno che sta parlando e che vuole essere espresso”. Significa affrontare un lavoro su sé stessi per entrare in contatto col proprio sentire: ma solo mettendosi in gioco e prendendosi cura delle proprie emozioni si può davvero crescere con rispetto i propri bambini. Qualcuno si potrebbe chiedere se funzionava meglio il metodo autoritario e rispondersi che a prima vista pareva esserci maggiore ubbidienza, ma chi punta a nuova genitorialità si chiede quale vuole che sia la motivazione per cui i bambini fanno ciò che chiediamo loro: paura o desiderio di collaborazione? E con che conseguenze, ad esempio su autostima e relazioni?
Spesso gli adulti faticano a rivolgersi in modo empatico, gentile e rispettoso ai bambini, perché solo da pochi anni si sta uscendo da un paradigma dove l’adulto prevaleva con l’autoritarismo sui più piccoli, senza considerare i loro sentimenti, e perché sono cresciuti in una società che ha fatto lo stesso e dove le emozioni non venivano considerate. In molti non hanno un’educazione a un linguaggio emotivo perché non è mai stato loro insegnato. “È per questo che le mie formazioni sono soprattutto rivolte agli adulti, dai genitori ai docenti: se imparano loro, la generazione successiva lo farà seguendo il modello”, sottolinea Olivia Della Croce. A suo avviso, prima di pensare a comunicare in modo empatico con i bambini, bisognerebbe capire come farlo tra adulti. “È molto utile che capiscano come farlo ad esempio nella coppia, sia quando è unita che in caso di separazione, ma anche che si impegnino ad applicare una comunicazione rispettosa con chi frequentano, come colleghi e amici, e con chi incontrano casualmente, come i vicini di casa. Trovo importante che mantengano un modo di comunicare empatico anche in situazioni di tensione, penso banalmente ad un automobilista che suona il clacson, inveisce e si innervosisce. Se i bambini vedono invece il genitore gestire con tranquillità queste situazioni, sono un ottimo esempio per loro”.
La Comunicazione Nonviolenta ribalta la prospettiva comune: quando si chiede qualcosa a qualcuno si esprimono i propri bisogni e i propri sentimenti. Non, ad esempio, “devi sistemare la cucina” ma “questa sera sono veramente stanca. Mi sarebbe di grande aiuto che tu mi dessi una mano in cucina, è possibile per te?” Chiede a chi parla di formulare richieste concrete, che non devono diventare pretese, individuando e verbalizzando i bisogni e le proprie emozioni, descrivendo ciò che accade, in questo caso la stanchezza, senza formulare giudizi.
Che cosa può voler dire, in concreto? Olivia Della Croce porta un simpatico esempio relativo a suo figlio, in cui tutti i genitori possono riconoscersi. “Stava guardando i cartoni animati e al termine del tempo concessogli non voleva spegnere, piangendo e protestando. Gli ho chiesto se gli piaceva ciò che stava vedendo e se avrebbe voluto continuare, lui mi ha risposto di sì ma che adesso sarebbe andato a giocare. Ho mantenuto il limite senza concedergli altra tv, ma l’ho fatto accettando e nominando ciò che io pensavo stesse provando”. Infatti dare empatia non significa fare tutto quello che vogliono i bambini. È possibile accogliere con empatia e prendere i considerazione i sentimenti e bisogni senza “cedere”. Il bambino si è così sentito visto nelle sue emozioni, ma ha compreso che la decisione dell’adulta non cambiava, introducendo il tema dei limiti, tanto centrale nella nuova genitorialità e oggetto anche di tre webinar di Forum Genitorialità (il secondo è previsto per l’11 novembre, il terzo per il 18 novembre, mentre il 2 dicembre ci sarà l’evento in presenza per professionisti ed aperto anche ai genitori).
A proposito del tema di “I limiti come finestre”, secondo Della Croce la comunicazione empatica non cambia a seconda delle fasce di età dei bambini ma anzi segue sempre gli stessi processi e meccanismi, sia quando si parla con i più piccoli che con altri adulti. “Ciò che conta sono l’atteggiamento e l’intenzione interiore di voler veramente capire che cosa dicono gli altri e di connettersi con i loro bisogni e i sentimenti. È importante semmai conoscere lo sviluppo del cervello per comprendere meglio i bisogni specifici del proprio bambino e adattare le sfumature di linguaggio”.
Una comunicazione empatica non riguarda solo gli altri ma anche quel che si dice a sé stessi. “Comunichiamo sempre con noi stessi, anche senza accorgercene, e spesso lo facciamo per come abbiamo appreso a fare, ovvero in modo critico”. Ma questo, oltre a causare sofferenza, “ha un impatto anche sugli altri che ne risentono: se critico continuamente me stessa, anche il mio atteggiamento verso gli altri sarà maggiormente critico”. La nuova genitorialità chiede dunque di partire da sé stessi per dare l’esempio ai bambini.
L’associazione EMPA-TI promuove la conoscenza dell’empatia e della Comunicazione Nonviolenta (secondo il modello di Marshall Rosenberg) per prevenire la violenza e favorire il benessere collettivo