Qual è la vera chiave per promuovere un’educazione rispettosa? Quale è l’elemento che permette ai bambini di crescere in un ambiente sicuro e senza violenza, dove possano davvero sentirsi visti e valorizzati per quello che sono, ovvero come persone in fase di sviluppo con le loro peculiarità? Si potrebbe pensare che serva conoscere alla perfezione i principi dell’educare con rispetto, avere la strategia corretta per ogni comportamento, e seppur è vero, perché sapere che cosa fare è fondamentale, la risposta è un’altra: saper attuare il riconoscimento delle emozioni.
Una delle basi dell’educazione non violenta è proprio il concetto che ogni emozione è legittima, che si può provarla e che non va condannata, anche se ciò non equivale in automatico a poter dunque attuare qualsiasi comportamento senza limiti, come si pensa spesso. Se l’emozione può essere riconosciuta e validata, non giustifica atteggiamenti non costruttivi, aggressivi o violenti. Il riconoscimento delle emozioni è dunque fondamentale, e non si parla solamente di quelle dei bambini. Scegliere di educare con rispetto, andando oltre i vecchi paradigmi autoritari che mantenevano la disciplina tramite l’ubbidienza portata dalle punizioni, vuol dire per i genitori lavorare su sé stessi in modo profondo, accettare di mettersi in gioco.
Quando si decide di sgridare il proprio figlio, di metterlo in castigo, magari addirittura di alzare le mani, come purtroppo accade ancora troppo spesso (e i dati parlano chiaro…), il comportamento è dettato da delle emozioni. Poco prima di scattare dentro al genitore si attiva qualcosa. Sapersi fermare e attuare un riconoscimento di quello che si sta provando prima di mettere in atto il comportamento non rispettoso può fare davvero la differenza nel modo in cui si sceglie di relazionarsi ai propri bambini.
Si crede che sia il comportamento del bambino a causare la reazione del genitore, ma nel lasso di tempo che passa dall’azione del piccolo alla reazione della madre o del padre c’è l’emozione. Ad esempio, la madre chiede al figlio di mettere in ordine la camera, lui dice no, lei inizia a sgridarlo urlando. Prima che apra bocca, ha provato un’emozione, che potrebbe essere rabbia per non essere stata ascoltata oppure frustrazione per non avere il supporto del bambino nel riordinare. Entrambe potrebbero coprire ancora altro, ad esempio nel primo caso potrebbe richiamare il fatto di non essersi mai realmente sentita vista e di non aver mai percepito che quello che diceva veniva ascoltato, nel secondo potrebbe emergere la stanchezza che le rende pesante dover riordinare da sola. In un altro esempio, un padre potrebbe trovarsi in difficoltà di fronte al pianto della propria bambina a lasciare il parco giochi. Prima di urlare e magari di prenderla in braccio portandola via, potrebbe aver sentito un senso di inadeguatezza per non essere riuscito a farle rispettare quanto aveva detto o di vergogna perché lei ha urlato e pianto di fronte ad altre famiglie.
Non è il comportamento del bambino a provocare la reazione dell’adulto, bensì le emozioni che esso suscita, che in moltissimi casi non parlano solamente del momento presente ma anche dell’interiorità del genitore e della sua storia emotiva. Riuscire a comprendere questo concetto permette di attribuire a entrambi gli attori in gioco la propria responsabilità: per il bambino, quella di non aver riordinato la camera o di non aver rispettato i patti sull’orario di uscita dal parco, per il genitore quella di essersi arrabbiato. In un’educazione autoritaria, la reazione si lega al comportamento, attribuendo la responsabilità al bambino, quando invece è del genitore.
Come si può dunque agire diversamente quando si è sotto pressione? Che cosa si può fare prima di reagire come non si vorrebbe? Il riconoscimento delle emozioni è il passaggio base, quello che consente di mettere un momento tra l’impulso e la reazione, che spesso evita che essa avvenga o permette che sia diversa. Quando un genitore sente che sta per reagire, magari andando oltre quello che intende per educare con rispetto, è consigliabile che si fermi, respiri, si dia spazio e cerchi di comprendere quale emozione prova. È arrabbiato? È stanco e non regge più la situazione? Si sente non all’altezza perché il figlio non lo ascolta? Si sente inadeguato rispetto ad altri genitori o all’immagine del padre o della madre perfetti che ha interiorizzato? Si vergogna verso chi assiste alla scena? Riuscire a dare un nome alle proprie emozioni è fondamentale e mostra che stava per reagire a qualcosa che era dentro di lui, non al comportamento del figlio.
Basta dunque dare un nome alle emozioni? In moltissimi casi prendere consapevolezza non solo rallenta la reazione, ma attiva importanti aree del cervello. Attuare il riconoscimento delle proprie emozioni fa lavorare delle aree cerebrali coinvolte nella regolazione emotiva, un processo che prende il nome in termini di tecnici di affect labeling e consente in pochissimi secondi di ridurre l’intensità dell’attivazione emotiva e dunque di modulare la reazione. Rendersi conto di essere arrabbiati, sopraffatti, stanchi, di vergognarsi fa la differenza tra una punizione o un urlo, di cui poi un genitore che applica i principi dell’educare con rispetto si pente, e una reazione ponderata e rispettosa.
Agire per il riconoscimento delle proprie emozioni è una delle basi richieste per una genitorialità nuova: il genitore è coinvolto in un lavoro di introspezione, in cui sa prendersi la responsabilità di quello che prova. Spesso manca una vera e propria educazione emotiva che gli consenta di capire che cosa sta effettivamente provando, portando verso un’educazione maggiormente autoritaria.
Come si può, però, aiutare il bambino a riconoscere e legittimare le proprie emozioni se il genitore in primis non è in grado di farlo con le sue? Un lavoro in questo senso non solamente aiuta ad educare con rispetto, ma dà ai più piccoli le basi per poter gestire in maniera efficace le loro sensazioni, dandole la corretta legittimazione e al tempo stesso non facendosene sopraffare. I più piccoli imparano dall’esempio e da parole che siano coerenti poi con i comportamenti, dunque un padre o una madre che parlano di riconoscimento e gestione delle emozioni senza essere in grado di fare lo stesso con le loro non potranno dare una solida educazione emotiva ai figli. Per insegnarla, devono prima apprenderla e applicarla su loro stessi, con gentilezza, apertura e curiosità.
Al contempo, quando una o un docente sente di voler sgridare l’allievo, non sta reagendo alla presa in giro o alla sua scelta di non fare i compiti, ma a qualcosa che si è innescato dentro di lei o lui. Di nuovo, il riconoscimento delle emozioni è basilare per gli adulti educanti e per investire davvero su un’educazione non violenta serve promuovere una vera alfabetizzazione emotiva.
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