Nella visione tradizionale di educazione, quella in auge sino a poco tempo, dove non era purtroppo escluso il ricorso alla violenza fisica e psicologica, l’adulto aveva un ruolo preminente di guida e di decision maker e il bambino occupava una posizione subordinata. Le scelte e le linee guida venivano decise dai genitori, dalla scuola o più in generale dagli adulti e i più piccoli dovevano rispettarle senza discuterle. Veniva richiesta l’ubbidienza, senza una reale comprensione del motivo della regola e ancor meno una potenziale messa in discussione. Il metodo utilizzato per ottenere il risultato, dove il bambino eseguiva l’ordine dell’adulto, era autoritario.
L’educazione senza violenza ribalta la visione, perché valorizza il ruolo del bambino, che viene visto come un essere umano con pari dignità rispetto all’adulto nella relazione, e toglie dal quadro l’autoritarismo, eliminando punizioni corporali e una comunicazione che umilia, minaccia, sminuisce. Uno dei luoghi comuni riguardo a una nuova genitorialità, che punta a crescere i figli con rispetto senza punizioni e utilizzando una comunicazione differente è che non permetta di ottenere disciplina.
L’educazione senza violenza vuol dire che i figli possono fare quello che vogliono senza alcun limite? No, educare in maniera rispettosa non vuol dire non prevedere dei limiti, al contempo lo scopo non è quello, adultocentrico, di ottenere obbedienza cieca bensì di guidare con empatia il bambino verso la sua crescita e la sua autonomia. A cambiare è totalmente il rapporto: nella relazione contano i sentimenti e le emozioni di entrambi. Ma ciò non significa che i più piccoli possano fare ciò che vogliono, prendere decisioni da soli, non rispettare le regole. Chi teme che scegliere un’educazione senza violenza vuol dire permettere qualsiasi cosa ai bambini, rendendoli di fatto indisciplinati, infatti, si immagina famiglie in cui non vi sono regole: non è affatto così.
I limiti esistono ed anzi devono continuare a essere ben chiari. Sebbene si considerino le emozioni sia dei genitori, degli insegnanti, degli allenatori e degli educatori sia quelle dei bambini, gli adulti continuano ad avere un ruolo di guida e decidono le regole in base alle loro esigenze, al loro sistema valoriale, alle loro credenze e possibilità. Possono spiegarle e, in base all’età, ascoltare il punto di vista del bambino, anche quando quest’ultimo non condivide la decisione.
È il genitore a scegliere che i cartoni animati possono essere visti un’ora alla settimana, non il bambino, che magari vorrebbe un’ora al giorno. È il genitore a stabilire l’orario per andare a letto, non il bambino, che probabilmente vorrebbe rimanere alzato di più. Non lo fa con il fine di farsi ubbidire bensì con quello di trovare modalità che favoriscano il benessere di tutta la famiglia (ad esempio, proteggendo i figli dai rischi connessi all’uso poco sano di schermi o salvaguardandone le ore di sonno). È il maestro a definire il programma, è l’allenatore che imposta l’allenamento e decide quante ripetute si fanno prima di giocare.
La vera differenza tra chi persegue una genitorialità rispettosa e chi invece punta su una autoritaria (che ora è vietata anche dal Codice civile svizzero) è nel modo in cui i limiti vengono fatti rispettare, non nella loro presenza. Crescere i figli con rispetto non significa consentire loro di fare ciò che vogliono, bensì porre dei limiti senza umiliare, minacciare, spaventare o punire. Come deve essere un limite nell’educazione senza violenza? Ha alcune caratteristiche che lo differenziano da una regola calata dall’alto, spesso per motivazioni più attinenti alle esigenze genitoriali che a quelle dell’intera famiglia. È essenziale che sia chiaro, ovvero che il bambino sappia esattamente che cosa può fare e che cosa no. Per esempio, può giocare in cortile dopo aver portato a termine i compiti. Deve andare a scuola anche se non ne ha voglia: qui tra l’altro si pone l’accento sul concetto di responsabilità, che non riguarda solo il genitore ma anche il bimbo che in quanto essere umano ha diritti e doveri, ovviamente coerenti con la sua età. Se possibile, è bene fare anche capire al bimbo la motivazione che sta dietro al limite, anche se potrebbe non accettarla. A quel punto, andrebbe accompagnato nella sua frustrazione, accogliendo le sue emozioni ma rimanendo fermi sul concetto che il limite va rispettato anche di fronte a proteste. L’adulto è infatti fermo nella sua decisione: comunica che cosa ha scelto, spiega come mai, accoglie le emozioni che vengono portate a galla dalla non accettazione, rimane coerente sui limiti, anche di fronte alle proteste, senza trasformare ogni situazione in una negoziazione.
Fa rispettare i limiti in maniera rispettosa, senza utilizzare la paura, l’autorità e le punizioni. Qui c’è un altro grande cambio di mentalità di chi vuole integrare una genitorialità rispettosa: il comportamento del bambino non viene bloccato tramite un’azione punitiva, come per esempio “se non fai i compiti, non ti faccio andare dal tuo amico”. Semmai si parla di conseguenze: se non fa i compiti quando è il momento, dovrà giocoforza farli in un altro momento e potrebbe non avere il tempo di andare a giocare dal compagno. Non è però un atto che punisce il suo non fare i compiti, ma una conseguenza che scaturisce dal mancato rispetto del limite, a patto che derivi concretamente dalla situazione e non sia inventata o forzata dall’adulto per un’obbedienza mascherata.
Crescere con rispetto vuol dire accogliere le emozioni che le regole portano a galla. Dove è possibile, si può offrire un’alternativa. Di fronte ai compiti, è possibile chiedere se preferisce iniziare da matematica o da italiano. Il bambino ha un margine di manovra, rafforzando la sua autonomia e la fiducia da parte del genitore, percepisce di avere una parte di controllo, ma non ha la possibilità di decidere di non affrontare alcuna materia.
Nella genitorialità che educa senza violenza è fondamentale anche la coerenza del genitore, che permette di insegnare ai bambini ancor più delle parole. I limiti dovranno rimanere sempre gli stessi e non cambiare in funzione delle esigenze degli adulti: se i cartoni animati possono essere visti solo un’ora, anche quando è stanco non dovrebbe allungare i tempi a due ore. Come sempre, essere genitori rispettosi non vuol dire essere perfetti e ci sono momenti in cui i compromessi sono inevitabili per il benessere e la serenità di tutti, così come si può sbagliare ed è possibile riparare alla relazione.
Il 23 settembre Il Nido Il Melograno con Percorsi Formativi 06 organizza un evento dal titolo “Argini che sostengono” che parla proprio di limiti e del loro valore nello sviluppo emotivo del bambino. Relatrice sarà la fondatrice di Percorsi Formativi 06 Silvia Iaccarino, formatrice certificata e psicomotricista.