Sino agli anni ’80 lo scenario di strade popolate di bambini che andavano a scuola in autonomia, senza essere accompagnati dai genitori sin dalle prime classi elementari e che, dopo aver portato a termine i compiti ritornano a riempire le piazze, era comune a città a quasi ogni latitudine. Emerge ancora nei racconti nostalgici di chi era bimbo in quei decenni. Per il Pedagogista e ricercatore, Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Roma Francesco Tonucci, fondatore del progetto di partecipazione dei minori alla vita politica e comunitaria Città delle bambine e dei bambini, cui Mendrisio ha aderito nel 2020 come primo comune svizzero, era la logica conseguenza di un processo di apprendimento. Tonucci è stato ospite proprio alle scuole Canavèe per una due giorni di incontri aperti al pubblico.
I bambini imparano non solamente tramite nozioni trasmesse in maniera strutturata ma soprattutto attraverso una scoperta che avviene giocando, a partire dai primi suoni che diventano lallazioni sino alle parole vere e proprie. A suo avviso, dopo i 4-5 anni al bisogno di un’esperienza di autonomia e gioco casalinga si sostituisce quello di una più ampia condivisa con gli amici, dove sperimentare la socialità. Qui entrano in contatto con le regole, il che significa sia col loro rispetto, ovvero con la necessità di ascoltare i limiti posti dai genitori, sia con la naturale propensione a trasgredirle, e con la frustrazione. Sviluppano, per usare le sue parole, un senso morale sin dalla più tenera età.
Da una quarantina d’anni però per le strade non si sente più il vociare dei più piccoli. Il timore dei pericoli urbani, legati a criminalità e traffico, ha portato progressivamente i genitori a optare per scelte diverse e per Tonucci questa decisione è alla base di una serie di cambiamenti strutturali del tempo libero dei bambini, che a suo dire va a discapito del gioco libero e al tempo stesso dell’autonomia dei minori. Togliendo la possibilità di giocare con gli amici in strada, si è aperto il bisogno da parte delle famiglie di intrattenere e occupare i più piccoli, cui il mercato e la politica hanno risposto con una serie di misure. È nata la tv per bambini, con programmi appositamente pensati per loro (con i pediatri che hanno denunciato in Italia un aumento dei problemi oculistici e di obesità, portati dalla diminuzione di un movimento fisico spontaneo), con l’esplosione dell’industria dei giocattoli (che ha sostituito la tendenza a creare mondi immaginari con ciò che si trovava), con una dilatazione del contesto scolastico che ha investito anche il tempo extra-scolastico, e con la nascita delle attività ricreative. Il suo parere è che sport, musica e attività strutturate non rivestano lo stesso valore educativo di un gioco libero e spontaneo.
La rinuncia al tempo trascorso nelle strade ha portato i minori ad uscire da soli per la prima volta ormai alle soglie dell’adolescenza e a farlo senza aver sviluppato il senso morale e la capacità di gestire la frustrazione e le situazioni sociali che si presentano in contesti con coetanei. Per Tonucci, l’aumento preoccupante dei segnali di malessere in quella fascia d’età, con una crescita dei tentativi di suicidio, non è per nulla estranea a questa dinamica.
Il suo appello alla genitorialità è quello di un ritorno al passato, a pratiche come l’andare a scuola da soli che possono favorire l’autonomia dei bambini. Ne va, a suo dire, del processo di apprendimento dei più piccoli, negando loro uno scenario dove poter scoprire giocando. Il tempo trascorso con la supervisione di un adulto toglie secondo le sue teorie la possibilità di apprendere partendo dall’esperienza diretta e nata dal confronto: la presenza di un adulto, ad esempio, diminuisce la necessità di memorizzare un percorso e finalizzare l’orientamento, andando alla ricerca di soluzioni e di alleanze positive. Anche i parchi giochi, nati con la cessazione del tempo passato in strada, dove i bambini vengono accompagnati dai genitori, sono per il pedagogista una forma di gioco controllato dagli adulti, che ne definiscono la struttura e la progettazione.
Il gioco, invece, il cui diritto è sancito con l’unico utilizzo in tutto il testo del termine “dedicarsi” dalla Convenzione dell’ONU sui diritti del fanciullo, dovrebbe rimanere un fatto dei bambini, dove la genitorialità non dovrebbe entrare. Il modo di impostare il tempo extrascolastico pare non rispettare più l’articolo, portando spesso a numerose attività che riempiono vari giorni della settimana. Nella sua visione, invoca un ritorno al gioco libero in strada, in grado di sviluppare delle abilità che invece i contesti attuali penalizzano.
E ritiene che permettere ai bambini di rimpossessarsi delle strade e di viverle in autonomia avrebbe influssi positivi anche sulla sicurezza stradale, sulla qualità della città, sulle relazioni tra adulti ed anche sul benessere materno. Tonucci non si capacita di come, nonostante i dati da lui citati parlino di una diminuzione della criminalità e di una riduzione degli incidenti, sia nel numero sia nella gravità, i genitori percepiscano le città come meno sicure: parla di una paura che non è una reazione proporzionata a eventi bensì una presenza a prescindere, che porta ad una paralisi. Nella sua filosofia, la presenza dei più piccoli che vanno a scuola da soli impone alla collettività una presa di coscienza e una assunzione di responsabilità, costruendo reti sociali di persone che li sorveglino e aiutino in caso di bisogno, isolando eventuali malintenzionati. Le ricadute positive si vedrebbero quindi sulla criminalità nelle strade e sugli incidenti.
Infine chiede di non trascurare l’effetto in particolare sulle madri, che ora, generalmente più dei padri, trascorrono diverse ore ad accompagnare i figli a scuola e alle attività sportive. Dare loro l’autonomia di dedicarsi al gioco in strada libererebbe tempo, consentendo loro di destinarlo al lavoro, al lavoro domestico o alle passioni. Togliere le attività ricreative e diminuire gli spostamenti coi mezzi privati impatterebbe in maniera significativa anche sui costi legati alla crescita di un bambino, uno dei motivi che ritiene essere alla base della denatalità e della scelta di sempre più famiglie di fermarsi ad un figlio. Un fattore, peraltro, che si sommerebbe alla perdita di socialità.
Il suo ultimo progetto, presentato anche a Mendrisio, vede il gioco in strada come una valida alternativa all’uso sempre più preoccupante del cellulare, mediante un patto tra bambini, genitori, comunità e scuola, attraverso cui rinunciano al possesso di uno smartphone per avere gioco libero con i loro amici per strada e andare a scuola soli.